martedì 21 febbraio 2017

Uber in Urbe

Oggi, come ogni giorno quando lavoro al mattino, mi sono svegliata presto e mi sono diretta verso il negozio con la metropolitana. Un po’ più affollata del solito, soprattutto dalla fermata di Ottaviano in poi, in direzione Anagnina: stiamo nell’ora di punta e mi becco di tutto.

Piazza Barberini è ancora avvolta dall’aria silenziosa e soffice che si respira di notte: persino la statua del Tritone, al centro della fontana, sembra essersi appena staccata dal cuscino richiamata dal profumo del caffè che sale nella moca. Alcuni turisti passeggiano, i negozianti alzano le saracinesche e alcuni residenti portano a spasso il cane. Per il resto, a parte qualche netturbino che sta terminando il turno della notte, a piedi ci sono solo io, ma basta spostare lo sguardo sulla strada per accorgersi che Roma, a neanche le nove del mattino, è già una città che brulica di vita. Motociclisti con le cuffiette alle orecchie, automobili con i vetri oscurati , qualche volante della polizia e autobus in corsia preferenziale. Soltanto autobus.

Oggi infatti, 21 Febbraio, a Roma si è tenuta la manifestazione nazionale dei tassisti. In tutta Italia le macchine bianche si sono bloccate e da ogni regione sono provenuti autisti nella capitale per sfilare, farsi sentire e sostare sotto Montecitorio in attesa di risposte. Ma per quale quesito?

La causa scatenante, stavolta, è stata Uber. Se in India vi sono stati scioperi nei giorni scorsi da parte di autisti di Uber a causa dei bassi guadagni e delle condizioni di lavoro precarie, in Italia il servizio di trasporto automobilistico privato sta minando il territorio dei tassisti che effettuano un servizio pubblico. Adesivi e disegni realizzati con l’uso degli stencil sui muri non bastano a fare in modo che i clienti ripongano la loro fiducia nelle automobili bianche scegliendo i taxi canonici: sempre più spesso, grazie all’immediatezza del servizio, la scelta ricade su Uber, applicazione che mette in contatto passeggeri e autisti che si trovano nella stessa area territoriale.


Poco tempo dopo aver aperto il negozio, si sono cominciati a sentire chiacchiericci, gridi e cori in lontananza e, non molto tempo dopo, erano udibili distintamente suoni di fischietti e voci amplificate da megafoni: cartelloni gialli e bandiere tricolore coloravano il grigio dell’asfalto e i toni scuri dei giacconi. A manifestare, chiunque: donne, uomini attempati e giovani, tutti in difesa di quel compagno di viaggio a quattro ruote che rappresenta, nella maggior parte dei casi, il bene più grande della famiglia, come la barca per un pescatore.

Alcuni scherzano cercando di trovare un lato positivo a tutta questa situazione che li fa sentire sempre più abbandonati, altri si picchiano, altri ancora lanciano fumogeni e bombe carta. C’è chi assicura che se vedesse passare un collega operativo nonostante lo sciopero, lo picchierebbe, perché, si sa, in questi casi il chi boicotta è un evergreen.

Alcuni turisti entrano per chiedere informazioni, convinti che sia una sfilata di gioia per il football e non uno dei piccoli segnali di un Paese che sta andando a rotoli.

Tre manifestanti stamattina sono entrati in negozio. Cercavano fischietti, ma non ne avevamo e hanno acquistato trombette da bicicletta, ché tanto fanno rumore ugualmente. Un signore che lavora in qualche palazzo che si affaccia su quelle strade si è portato via dei tappi per le orecchie, ché non riusciva più a sentirli, quei  tassisti.

Uno spaccato così chiaro di un Paese che urla e rumoreggia e di quelli ai piani alti che non vogliono sentire.

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